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I Clash

Sandinista! è un album triplo

Perciò chiudere i Clash nell’ambito solo dell’universo punk è decisamente sbagliato. Certamente da quell’ambiente provenivano, e hanno contribuito a supportare l’onda di “controcultura”, figlia delle proteste della metà degli anni ’60, ma che si sviluppò in Gran Bretagna dalla metà del decennio successivo…

Come molto spesso accade l’attaccare etichette risulta sempre pericoloso. Perciò chiudere i Clash nell’ambito solo dell’universo punk è decisamente sbagliato. Certamente da quell’ambiente provenivano, e hanno contribuito a supportare l’onda di “controcultura”, figlia delle proteste della metà degli anni ’60, ma che si sviluppò in Gran Bretagna dalla metà del decennio successivo. 

L’esordio

I Clash

Ed è proprio nel 1976 che la band britannica fa il suo esordio (inizialmente senza grosso successo); ma già l’anno successivo il pubblico si accorge della loro travolgente energia.

Nel 1977 Terry Chimes e Keith Levene abbandonano il gruppo; i Clash così prendono “forma” nel quartetto che diventerà storico: Joe Strummer e Mick Jones (voce e chitarre), Paul Simonon (basso) e Topper Headon (batteria).

Proprio in quell’anno incidono il loro primo disco (The Clash); poi a distanza di un anno uno dall’altro vengono pubblicati Give ‘Em Enough Rope e London Calling (il loro maggior successo) Ma è con il successivo lavoro (Sandinista!) che la band inglese esce dalla “galassia” post-punk, per creare un mix di mondi sonori, precedendo e influenzando gli anni ’80 che stavano iniziando.

Sandinista!

Sandinista! è un album triplo: una follia se si pensa che in esso c’è un po’ di tutto. Brani riusciti bene e altri che sembrano solo

I Clash in concerto

abbozzati.

C’è jazz, elettronica, reggae, dub, funk, ska, rockabilly, rumori, e anche uno dei primi esempi di rap “bianco”: come si può sentire nella traccia d’apertura del disco, The Magnificent Seven.

Ascoltandolo nel suo complesso (come si dovrebbe fare per ogni album), la sequenza dei pezzi sembra non avere un senso: si ha la percezione che ogni brano sia collocato senza seguire un “filo logico” preciso.

Ma è forse in questo strano “flusso di coscienza musicale” che alberga in questo triplo album: piccoli brandelli derivanti dai rumori metropolitani, ritmi e accenni sonori che preannunciano un’epoca che porterà a stravolgere e far cadere barriere culturali, e non solo.

Sandinista! è anche un disco apertamente politico, e lo si può dedurre dal titolo, scelto in appoggio ai Sandinisti (i guerriglieri rivoluzionari del Nicaragua), ma soprattutto in contrasto con il divieto imposto dall’allora premier inglese Margaret Thatcher, che aveva vietato l’uso del termine. Ancora oggi la band (che si è sciolta nel 1986) e i loro dischi rappresentano un modello per il genere “combat rock”.

Riccardo Santangelo

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