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La Via Crucis elettronica firmata Fabio Mengozzi

Intervista a Fabio Mengozzi

S’intitola Via Crucis ed è una dolente e ipnotica discesa nella sofferenza di Gesù, una composizione rigorosa tanto nella cornice quanto nel quadro d’assieme e sorprendente per come la tecnologia riesca a creare una vox humana quanto il canto di un soprano o il suono di un violino…

Tra gli allievi di Aldo Ciccolini, il grande pianista italiano naturalizzato francese scomparso nel 2015, Fabio Mengozzi, classe 1980, esce con una composizione del tutto inedita. Non più gli ottantotto tasti, ma l’elettronica per raccontare la Passione di Cristo. 

S’intitola Via Crucis ed è una dolente e ipnotica discesa nella sofferenza di Gesù, una composizione rigorosa tanto nella cornice quanto nel quadro d’assieme e sorprendente per come la tecnologia riesca a creare una vox humana quanto il canto di un soprano o il suono di un violino.

Via Crucis rappresenta un deciso cambio rispetto alla sua già nutrita carriera artistica quanto a composizione e ambientazione musicale.  A cosa deve questo cambio di sentiero?

Via Crucis Fabio Mengozzi

Mi sono accostato alla musica concreta ed elettronica solo di recente, con l’obiettivo di rispondere alle mie urgenze espressive ed esercitare un maggiore controllo sul risultato finale. In un mondo in cui rischiamo di soccombere rispetto a un utilizzo indiscriminato delle macchine, ho voluto servirmi della tecnologia piegandola alla mia volontà.

Possiamo dire però che ha comunque lo stesso rigore formale del precedente Mistero ePoesia?

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Sì, anche perché i temi, pur essendo trattati con mezzi differenti, sono in fin dei conti gli stessi. 

Lo strazio di Gesù Cristo è un tema talmente delicato da non trovare nella contemporaneità tanti esempi di letture musicali.  Perché lo ha scelto?

Non per sfidare me stesso, ma per offrire un contributo, una chiave di lettura. Si tratta anche di celebrare, con quella di Cristo, la sorte che spetta a tanti uomini giusti, oggi come in passato: la persecuzione, l’ingiusta condanna e persino il martirio.

Il manto sonoro che si rinnova senza soluzione di continuità nel motivo principale e non prevede la presenza di abbellimenti esornativi è di forte suggestione. Se ammette la traslazione, potremmo applicarlo al cammino ultimo dell’umanità, violentato da una guerra che non fa che richiamare la sete di altra guerra non trova? 

Il futuro della Terra e la stessa nostra sopravvivenza come specie umana sono in mano a pochissimi uomini. Così non è però per la parte più recondita dell’uomo, che dipende unicamente dal singolo: chi la cura e la nutre, non perirà mai. Via Crucis ci ricorda anche che è solo nella fratellanza e nell’amore che può esistere la speranza.

Se ipotizzo una fonte d’ispirazione arrivo a pensare a Philip Glass per quei cambi impercettibili all’orecchio ma che s’intendono poi bene alla fine dei brani.  Lo possiamo citare o sono altri gli autori di riferimento?

Quella di Philip Glass e di altri compositori minimalisti è una musica che ho studiato a fondo sin da quand’ero giovanissimo e

Aldo Ciccolini

apprezzo molto. Tuttavia il mio approccio alla musica elettronica prescinde da qualsivoglia modello di riferimento: in questo ambito sono completamente autodidatta, non ho avuto insegnanti e ciò che ho sinora realizzato è frutto unicamente dei miei tentativi e del mio azzardo.

Cosa dover fissare e cosa invece evitare per illustrare al meglio la protratta tortura di un essere umano come quella rappresentata dalla Passione?

Nella mia Via Crucis non c’è spazio per il dolore urlato. Ho privilegiato la dimensione intima del dolore, più sensibile e silenziosa.

E invece, come fare per dare forma a ciò che forma non può avere? Mi riferisco alla dimensione ultraterrena dell’evento.

È importante che sin dall’inizio aleggi sul brano un’atmosfera spirituale e di mistero, l’ascoltatore deve essere introdotto a un rito. Un altro espediente cui ho fatto ricorso all’inizio dell’opera sono i suoni che definisco “a spirale” poiché sembrano avvitarsi su essi stessi dal grave verso l’acuto: tale direzionalità simboleggia l’ascesa a una dimensione angelica, ultraterrena. Questa linea melodica viene però subito raccolta da una voce acuta opposta e contraria che compensa la salita con un glissando discendente, facendo ripiombare il suono al punto di partenza. Così, dal basso, nuovamente si ritenta di innalzarsi al cielo, come in una lotta infinita.

Prevede di poter rappresentare pubblicamente l’opera o si tratta di una composizione legata all’ascolto più intimo con cuffie e silenzio in casa?

Ho pensato Via Crucis come un lavoro di musica pura, ma in realtà può adattarsi sia all’ascolto in sala da concerto che essere utilizzata per accompagnare le stazioni della Via Dolorosa. Ricordandoci che contesti diversi sollecitano reazioni diverse in chi ascolta e che ogni occasione è utile per guardare dentro noi stessi.

Corrado Ori Tanzi

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