“Sit Back Down Again” di Matt Benson
Una biografia in musica
Il trombone è stato il filo conduttore che ha intrecciato tutte queste storie. Scrivere questo album è stata la medicina di cui avevo bisogno per guarire me stesso». E di certo non si può dire che non abbiamo dovuto superare diversi ostacoli…
Chi ha visitato Belfast in questi ultimi anni ha trovato una città pacificata, dove la vecchia guerra, che ne ha insanguinato le strade per vari decenni, pare lontana. È vero che esistono ancora luoghi e situazioni che riportano alla memoria, o decisamente fanno vivere, la divisione di quel periodo. In una parte della città dalle sei di sera fino alle sei del mattino successivo vengono chiuse alcune strade, per separare alcune zone cattoliche con quelle protestanti. Forse è solo una formalità, una prudenza, ma fa impressione vedere quei cancelli e quei muri, ancora “attivi” nella “pacificata” Europa.
Sicuramente non è stato facile crescere in una città (ma anche in un’intera isola) in perenne compagnia di una guerra sanguinaria, che non ha risparmiato nessuno. In tale contesto è cresciuto Matt Benson, musicista nordirlandese sconosciuto qui in Italia, ma che ha recentemente pubblicato l’album Sit Back Down Again: una piccola biografia in musica.
Matt Benson

Figlio di un trombonista delle showband irlandesi (che ebbero grande successo dagli anni ’50 fino a metà degli anni ’70) e cresciuto negli periodo finale dei Troubles, Benson si avvicina alla musica in seguito a l’incendio che devasta il negozio di strumenti del padre, da cui si salva intatto solo un piccolo trombone da studente, che il genitore porta a casa. Da questo episodio prende vita la passione di Matt per la musica.
Dopo vari anni di studio e quelli successivi a suonare con varie band, tra cui i Sam and The Womp (diventati famosi con “BomBom“), i Bad Manners, fino ai palchi mondiali con George Ezra (cantautore e chitarrista britannico, famoso per brani “Budapest“, “Shotgun“ e “Green Green Grass“), Benson si mette in proprio per raccontare la sua storia nell’album “Sit Back Down Again“: dodici brani raffinatamente arrangiati insieme al produttore Cian Boylan. L’ensemble chiamato intorno al progetto mette insieme membri della band di Ezra, veterani dei Commitments, fiati che hanno suonato con Van Morrison, Amy Winehouse, Radiohead, Blur. Il risultato è un suono caldo, organico, che oscilla tra New Orleans, rhythm ‘n’ blues anni ’60 e il lirismo di Randy Newman, Tom Waits e Shane MacGowan.
Sit Back Down Again
Lo stesso Matt ci svela cosa lega le storie raccontate nel disco: «Il trombone è stato il filo conduttore che ha

intrecciato tutte queste storie. Scrivere questo album è stata la medicina di cui avevo bisogno per guarire me stesso». E di certo non si può dire che non abbiamo dovuto superare diversi ostacoli.
La title track dell’album è dedicata a sua sorella maggiore, morta quando aveva solo 13 anni. «Ero un po’ balbuziente, e in realtà lo sono ancora. Catherine era lì a tradurre per me quando la gente diceva: “Non riesco proprio a capirlo’”. Era la mia migliore amica, ci prendevamo cura l’uno dell’altra, ed è stata un’esperienza molto difficile da affrontare per un bambino. Anche la mia famiglia si è praticamente disgregata in quel periodo, e questo mi ha segnato profondamente». È la canzone che dà senso all’intero progetto. Matt affronta il lutto con un equilibrio non scontato: niente retorica, niente lacrime facili; un brano che vive di sottintesi, di fraseggi sospesi, di un calore gospel che cresce senza esplodere.
In tutto l’album la perdita, la famiglia e il voltare pagina sono temi ricorrenti; insieme ad avventure, storie d’amore, incontri fugaci e alcuni racconti intrisi di alcol. Non tutto è totalmente autobiografico, e Benson si affida anche a qualche tocco di finzione, come per esempio in “Nancy and the Soldier” dove racconta di come si sono conosciuti i suoi nonni, romanzando un po’ l’episodio; oppure con l’uso del soprannaturale come metafora del subconscio (in “Broken Masterpiece”).
Nel brano Glory Benson si affida a sonorità folk-soul contemporanee: con il suo andamento quasi marziale, dando risalto all’importanza nel tramandarsi i valori familiari. Mentre in “The Way It Should Be” si mette al centro raccontando di un “trombettista all’interno spettacolo itinerante”. Questa è probabilmente la canzone più jazzistica dell’album, con sonorità stile New Orleans; merito anche della sezione ritmica e di un pianoforte impeccabile. Benson qui si permette di essere musicista prima che narratore.
London Line

Anche nel brano “The London Line” il musicista nord-irlandese trova modo di esprimere la sua vena compositiva. L’apertura è affidata al pianoforte e alla voce di Benson, che in crea un’atmosfera sonora che ricorda Randy Newman e Dr John. Qui si narra di una storia d’amore nata in un bar, il giorno in cui Matt è doveva tornare in Irlanda dopo un soggiorno di 10 anni a Londra.
Un’ultima considerazione vale la pena spenderla per il brano d’apertura dell’album: “Rest Easy, Wake Happy”. Una ballata piacevole e spensierata, con pianoforte e batteria suonata con le spazzole che mettono in risalto la voce di Matt: «è una canzone scritta per un mio amico. Parla vagamente di quanto siamo stati fortunati a girare il mondo con la band di George e di come abbiamo sempre desiderato vivere avventure selvagge».
Tirando le somme si può affermare che “Sit Back Down Again“ è un disco che ci fa conoscere un artista, che dopo una lunga gavetta, è riuscito a esprimere a pieno una versatilità compositiva rara e completa. Le atmosfere musicali che ci fa rivivere, oltre ai sopracitati nomi, ci riportano anche ad artisti come Chris Stapleton, Nathaniel Rateliff.
Riccardo Santangelo